Come si vive il carisma del Salesiano cooperatore nel ministero ordinato?

“Secondo voi chi è il vescovo?” chiese Don Tonino Bello in visita ad una scuola elementare di una parrocchia della sua diocesi; tra le varie risposte si sentì dire: “Quello che suona le campane!”. È lui stesso a raccontare l’episodio e annota con compiacimento: “Che bello che il vescovo sia quello che fa suonare le campane, le campane della gioia!”. Capita così che nell’adolescenza quando cominciano ad accumularsi le domande e le ansie per il futuro ci si imbatta in volti scuri di coetanei annoiati e stanchi, sempre pronti a provare di tutto pur di reggere all’“insostenibile leggerezza dell’essere”. Capita, così, di chiedersi: “Cosa posso fare io per questi giovani?” e ricevere una inattesa soluzione nell’irriverente provocazione di uno di loro che nello spogliatoio della palestra di scuola chiede: “Vuoi forse farti prete?”.

La mia vocazione sacerdotale precede, o forse segue o forse è connaturale a quella propensione a raccogliere la profonda domanda di senso e i desideri spesso relegati nell’inconscio giovanile per cedere il passo a bisogni appagabili a minor costo e senza troppo sacrificio. E allora ecco sorgere l’esigenza di “suonare le campane” della speranza e della gioia, il bisogno profondo di offrire una ragione affettivamente ed effettivamente valida che conferisca senso a giorni spesso vuoti. Non che aspiri ad essere vescovo, prete è più che sufficiente! Il lavoro non manca e forse è ben più appassionante combattere là sul quel fronte costituito dalle nostre realtà parrocchiali ed oratoriane. Il mio incontro con Don Bosco? È avvenuto ben presto, grazie alla presenza in parrocchia, fin dalla scuola materna, delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Non amante dell’oratorio da piccolo, ho avuto il piacere di appassionarmici una volta cresciuto, con l’inserimento come animatore nella grande realtà del Progetto Giovani, coltivato e portato avanti con competenza e dedizione dalla grande figura del mio parroco, Don Cesare, prematuramente scomparso. Questi mi ha “tirato su” a pane e Don Bosco, grazie anche alla marcata presenza del carisma salesiano confluito poi nella realtà del nuovo “Oratorio Don Bosco” che vedeva la presenza delle suore e di un gruppo di animatori ed educatori formati alla scuola della pedagogia salesiana e particolarmente del Sistema Preventivo, divenuto la magna charta dell’équipe educativa. Devo particolarmente a Don Cesare la progressiva e tormentata emersione nella mia vita del progetto di Dio su di me, grazie anche all’impegno che mi ha richiesto nelle iniziative pastorali (sempre giocando al rialzo) di una parrocchia che, seppur formalmente non amministrata dai figli di Don Bosco, tuttavia ne respirava ampiamente il carisma.

Entrato in seminario per attendere agli studi di teologia, ho proseguito a vivere i tratti peculiari della mia vocazione nell’ordinarietà delle attività previste, tra cui l’attività pastorale domenicale in parrocchia. Trasferito ad altra destinazione, la sua parrocchia di origine, devo al confratello di prossima ordinazione presbiterale, Don Carlo Cattaneo, l’intuizione di dare forma alla particolare dedizione al mondo giovanile con la proposta di divenire Salesiano Cooperatore. La sua propensione alla vita religiosa ha dato impulso e stimolo per avere un gruppo di cristiani che s’impegnino ad essere sale e luce nel mondo con lo stile di Don Bosco, in particolare nelle realtà parrocchiali frequentate dai più giovani.

Come si vive il carisma del Salesiano cooperatore nel ministero ordinato? Nella quotidianità della pastorale parrocchiale, semplice! Avendo un occhio particolare alle situazioni di disagio ordinarie che si presentano alla porta della parrocchia e in particolar modo dell’oratorio dove sono particolarmente impegnato, giocando su quei tre punti straordinari (ragione, religione, amorevolezza) che Don Bosco indicava come vie da intraprendere perché i giovani siano amati e lo sentano, perché stagliate su giovani orizzonti suonino ancora le campane della gioia.

Don Andrea Padovan